TUTTI I MESSAGGI DEI VESCOVI ITALIANI PER LE GIORNATE PER LA VITA
A PARTIRE DAL 2003
IL MESSAGGIO DEI VESCOVI ITALIANI PER LA XXV GIORNATA PER LA VITA
2003
"L'uomo
non è merce
Gli esseri umani non sono merce.
Ci
sono stati tempi, e purtroppo non sono finiti, in cui gli esseri umani sono
stati venduti e comprati. Pochi osavano muovere obiezioni; tra essi i cristiani,
perché l'insegnamento di Gesù Cristo, rivelando la dignità dell'essere umano
nella sua verità e in tutto il suo splendore, non permetteva di fare
distinzioni. Infatti, come ricorda San Paolo "non c'è più giudeo né
greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché
tutti voi siete uno in Cristo Gesù e tutti siamo figli dell'unico Padre.
"Il progressivo riconoscimento dei diritti umani non ha estirpato
completamente l'antica tendenza a considerare gli esseri umani come una semplice
merce. Si assiste oggi alla soppressione della vita nascente con l'aborto, al
commercio di organi dei minori, ai bambini soldato, alle prostitute schiave, ai
ragazzi e alle ragazze sottoposti ad abusi sessuali, alla speculazione sul
lavoro minorile, ai lavoratori sottopagati e sfruttati, forme tutte di autentica
schiavitù. In ciascuno di questi casi la vita umana è umiliata e sfigurata con
cinico disprezzo. Anche talune esasperate strategie di mercato e tecniche
pubblicitarie, specie televisive, considerano gli esseri umani merce da usare
secondo le logiche del consumo.
E
anche in politica, a volte, i cittadini sono considerati merce, voti da
scambiare e piazzare. Ancora più gravi sono gli esiti di questa logica
mercantile quando essa viene applicata direttamente alla persona umana. Da tale
logica traggono linfa molti attentati alla vita umana, in particolare
nell'ambito della vita nascente. Non ci si può appellare a falsi diritti per
cancellare i veri e inviolabili diritti del più piccolo e indifeso tra gli
esseri umani: l'embrione. Per curare alcune malattie con le cellule staminali si
giunge a proporre la sperimentazione indiscriminata sugli embrioni,
giustificandone la creazione in vitro, la manipolazione e la soppressione. Per
avere mano libera si arriva a strumentalizzare anche il legittimo desiderio di
maternità e di paternità, fino ad affermare un inesistente diritto ad avere un
figlio in ogni modo e in qualsiasi condizione, anche fuori del matrimonio e in
contesti di omosessualità.
La
vita è un dono fuori commercio. Nobile, sicuramente, è il desiderio di
divenire madre e padre. Ma questo non può avvenire a ogni costo. Un figlio
esige e merita di nascere da un atto d'amore: dall'incontro e dal dono totale e
reciproco di un uomo e una donna, uniti in un autentico e stabile amore
sponsale. Nessuna società può reggersi sull'estensione senza limiti del
concetto di "possesso". Non tutto si può possedere; non di tutto si
può fare mercato. Celo suggeriscono la ragione e il buon senso; ce lo ricordano
il Vangelo e duemila anni di pensiero cristiano.
Occorre
che tutti ne facciano tesoro, a cominciare dai legislatori, dai quali attendiamo
leggi chiare nei principi etici ed efficaci nella tutela della vita umana. Come
cristiani siamo chiamati ad annunciare con forza l'illuminante verità
dell'amore del Padre che ci ha riscattati donandoci la vita nel suo Figlio. La
vita umana non ha prezzo perché siamo stati comprati" a caro prezzo"
dal Signore. "Ecco, tutte le vite sono mie" dice Dio per riaffermare
che ogni vita viene da lui e a lui anela. La comunità cristiana, "popolo
della vita", guardando ogni persona con l'occhio di Dio, proclama il
Vangelo della vita cosicché la cultura dell'amore e della solidarietà possa
crescere per il vero bene della città degli uomini.
IL MESSAGGIO DEI
VESCOVI ITALIANI PER LA XXVI GIORNATA PER LA VITA
2004
"Senza figli non c'è futuro"
Se i figli sono pochi, in una società di adulti e anziani, il futuro svanisce. A chi consegniamo ciò che siamo, ciò che a loro volta ci hanno consegnato i nostri genitori? È vero anche il contrario: senza futuro non ci sono figli. Quando l'orizzonte si fa incerto o rischioso, si avverte sempre meno il desiderio di donare la vita, il coraggio di generare dei figli.
Alla "crisi delle nascite, al declino demografico e all'invecchiamento della popolazione" si riferiva anche il Santo Padre nel suo discorso al Parlamento italiano del 14 novembre 2002, invitando "a un impegno responsabile e convergente, per favorire una netta inversione di tendenza". Per riuscirci, occorre aver presenti le cause della crisi, che sono più d'una e di varia natura. II Papa parlava di "problemi umani, sociali ed economici", assieme.
È un problema l'uomo. Siamo sempre più concentrati su noi stessi, preoccupati della nostra realizzazione personale. Ciò non è negativo; lo diventa se degenera nell'unico obiettivo che divora tutto il resto. Un gigantesco "io" stritola un fragile "noi". Perché allora lottare per tenere insieme la propria famiglia? Perché partecipare alla vita amministrativa e politica per rendere migliore la propria città e il proprio Paese? Una soggettività esagerata non concede spazio a nessuno, certo non a un figlio, a meno che non serva anch'egli a gratificare l’io.
È un problema la società. Viviamo nella "modernità liquida", in cui nulla deve essere solido, duraturo, permanente, per sempre. I valori di ieri erano la stabilità e la fedeltà. Oggi sono il movimento e il cambiamento. Si dice che bisogna essere flessibili, senza un terreno su cui mettere radici; che solo il presente è un valore; non lo sono né il passato né il futuro. Il tempo si riduce così a una sequenza di attimi presenti, senza un prima né un dopo. Se questo è il contesto culturale, i figli non possono rientrare nel progetto della modernità. I figli infatti sono per sempre, richiedono una famiglia solida per poter crescere, genitori che diano loro amore per tutta la vita, stabilmente. I figli, inoltre, catalizzano energie che invece - viene suggerito - è bene dedicare alla carriera, al successo, al potere. I figli dunque non appartengono all'orizzonte di questa modernità, di questa cultura.
Sono un problema anche le risorse economiche. Non si possono monetizzare i figli, ma è evidente che costano molto e l'organizzazione della nostra società li fa costare sempre di più. È la cruda realtà con cui devono misurarsi i genitori, i quali possono contare su aiuti economici e sgravi fiscali, che però non incidono ancora in modo determinante nella soluzione dei problemi quotidiani e che comunque restano distanti dai livelli di altri paesi europei. Un contributo una tantum alle coppie che generano un figlio è senz'altro una forma di incoraggiamento, ma non risolve tutti questi problemi se poi il contesto rimane immutato; se cioè il part-time, soluzione ideale per molte madri con figli piccoli, è spesso una chimera; se Sii asili nido sono ampiamente insufficienti; se le donne che dedicano alcuni anni della loro vita - quelli in genere più proficui per la carriera - ai figli, quando rientrano nella loro azienda, vengono considerate professionalmente superate e non abbastanza amanti del lavoro; se un padre che sceglie il congedo è fatto oggetto d'ironia, più che d'ammirazione; se una giovane coppia vede svanire nell'affitto di un bilocale, inadatto a famiglie con tanti figli, metà del proprio reddito.
Senza figli non c'è futuro. Ma anche senza genitori non c'è futuro. Un'intera cultura dominante ha scordato il valore della paternità e della maternità, anche spirituali. Mancano i figli e mancano i genitori. Ma mancano anche gli educatori e i maestri. Parlando dei figli che mancano nel nostro Paese non dobbiamo dimenticare i figli che - numerosi - un futuro l'avrebbero se non se lo vedessero rubato dalla denutrizione, dalla malattia, dalla guerra; per non dire di quelli che un futuro non lo potranno mai avere perché viene loro radicalmente sottratto dalla persistente pratica dell'aborto.
Occorre quindi lavorare su più fronti.
Sulla famiglia, per vincere la tenaglia dell'egoismo che spinge a considerare la generosità, la comunione e la fraternità i vizi dei perdenti, quando invece la storia dice che alla lunga sono le virtù dei vincenti.
Sulla società, sul mercato del lavoro, nel dibattito culturale a partire dai mass-media, per proporre immagini positive di genitori uniti, responsabili e felici.
Sulla politica, perché consideri davvero la famiglia quello che è: il primo nucleo della società italiana, e attorno alla famiglia costruisca un progetto di Italia futura, investendo con convinzione sui figli, nostro futuro.
Per affrontare questi impegni non mancano le risorse di tanti uomini e donne che credono nella vita. Credono anche quando le condizioni di disabilità lasciano intravedere un futuro difficile e lottano per renderlo il migliore possibile. Testimoni ad un tempo di amore alla vita e di speranza per il futuro.
Benedica e avvalori questi intendimenti il Dio della vita.
Messaggio
del Consiglio Episcopale Permanente
per
la XXVIIa Giornata per la vita
2005
6
febbraio 2005
"Fidarsi
della vita"
La
vita è un intreccio di relazioni e le relazioni richiedono che ci si possa
fidare gli uni degli altri.
Secondo
una tendenza culturale diffusa, la vita degli altri però, non è degna di
considerazione e rispetto come la propria. In particolare non riscuote un
rispetto sacro la vita nascente, nascosta nel grembo d'una madre; né quella già
nata ma debole; né la vita di chi non ha i genitori oppure li ha, ma sono
assenti e aspetta di averli col rischio di aspettare molto a lungo, forse
addirittura di non averli mai. Così chi attende di nascere, rischia di non
vedere mai la luce; e chi attende in un Istituto l'abbraccio di due genitori,
rischia di vivere per tutta la vita con il desiderio di un evento che mai accadrà.
Scontiamo
modi di pensare e di vivere che negano la vita altrui, che non si fidano della
vita perché diffidano degli altri, chiunque essi siano. E invece: "Non è
bene che l'uomo sia solo!" (Gen 2,18): lo scopo dell'esistenza sta nella
relazione. Con l'Altro, che ci ha creati, ci ama da sempre e per sempre, e per
noi ha in serbo la vita eterna. E con gli altri, a cominciare da chi più ha
fame e sete di vita e di relazione: come il bambino non ancora nato o i molti
bambini senza genitori.
C'è
il bambino non ancora nato, icona e speranza di futuro: entrare in relazione con
lui, considerandolo da subito ciò che egli è, una persona, è la più
straordinaria avventura di due genitori. In questo senso, l'aborto, quando è
compiuto come consapevole rifiuto della vita, superficialmente o in obbedienza
alla cultura dell'individualismo assoluto, è la più terribile negazione
dell'altro, la più gelida affermazione dell'individuo che ignora l'altro, perché
riconosce soltanto se stesso.
In
non poche circostanze, in verità, l'aborto è una scelta tragica, vissuta nel
tormento e con angoscia, sbocco di povertà materiale o morale, di solitudine
disperata, di triste insicurezza: in queste situazioni a negare l'altro è, in
ultima analisi, tutta una società, cieca nei riguardi dei bisogni delle persone
e insensibile al rispetto del figlio e della madre.
Anni
di esperienza inducono a ritenere che la via maestra per vincere la cultura
dell'individualismo, ma anche per superare la fragilità che durante una
gravidanza può nascere dalla paura di non farcela, consiste nel fare compagnia
alle madri in difficoltà, aiutandole a capire che gli altri esistono, ti
aiutano, non ti lasciano sola e portando assieme a te il tuo peso, lo rendono
sopportabile, fino a farti scoprire che non di un peso si tratta, ma della gioia
più grande.
Ci
sono poi molti bambini e ragazzi che trascorrono la loro infanzia in un
istituto, perché i loro genitori li hanno abbandonati o per i più svariati
motivi non sono in grado di tenerli con sé. Il loro futuro è incerto e
insicuro, perché tra pochi mesi questi istituti saranno definitivamente chiusi.
Si aprirà così per le famiglie italiane - sia per quelle che godono già del
dono di figli propri, sia per quelle che vivono la grande sofferenza della
sterilità biologica - una grande opportunità per dilatare la loro fecondità
attraverso l'adozione o l'affido temporaneo.
Se
una famiglia si dimostra disponibile, non va lasciata sola. Deve avvertire
attorno a sé una rete di solidarietà concreta, fatta non solo di complimenti
ed esortazioni, ma di tante forme di aiuto e di solidarietà. E chi si rende
disponibile per l'adozione o l'affido, deve sentirsi parte di un'avventura
collettiva, in cui gli altri ci sono, vivi e presenti.
Risuonano
perciò particolarmente suadenti in questo momento, per le famiglie e per le
comunità, le parole di Gesù: "Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome,
accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è
il più piccolo tra tutti voi, questi è grande" (Lc 9,48).
Perché
dunque non fidarsi della vita rispondendo a una sfida che viene dagli eventi? Ne
guadagnerebbero le famiglie nel vivere la esaltante avventura di una fecondità
coraggiosa che fa sperimentare che "vi è più gioia nel dare che nel
ricevere" (At 20,35). Ne guadagnerebbero molti figli nel trovare finalmente
l'affetto e il calore di una famiglia e la sicurezza di un futuro. Ne
guadagnerebbe l'intera società nel mettere in evidenza segni convincenti che le
farebbero prendere il largo nella civiltà dell'amore.
La
vita vincerà ancora una volta? Osiamo sperarlo e per questo chiediamo a tutti
una preghiera unita a un atto di amore accogliente e solidale.
Roma,
4 ottobre 2004
Festa
di S. Francesco di Assisi
Dal Messaggio dei Vescovi Italiani
per la 28a Giornata per la vita
5 febbraio 2006-
" RISPETTARE LA VITA"
“In principio era il Verbo, il verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1.4). La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo – e con lui ogni realtà vivente – è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio.
Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; l’uomo lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva. La vita umana viene prima di tutte le istituzioni: lo Stato le maggioranze, le strutture sociali e politiche; precede anche la scienza con le sue acquisizioni. La persona realizza se stessa quando riconosce la dignità della vita e le resta fedele, come valore primario rispetto a tutti i beni dell’esistenza, che conserva la sua preziosità anche di fronte ai momenti di dolore e di fatica. Chi non vuole essere libero e felice e non fa tutto il possibile per realizzare questa sua massima aspirazione? Ognuno ha racchiusa nel segreto del suo cuore la propria strada verso la libertà e la felicità….. Nessuno potrà conquistare libertà e felicità oltraggiando la vita, sfidandola impunemente, disprezzandola, sopprimendola, scegliendo la via della morte. Questo vale per tutti, ma in modo speciale per i giovani, tra cui non manca chi sembra ricercare la libertà e la felicità con espressioni esasperate o estreme. L’uso pervasivo delle droghe, che in taluni ambienti sono così diffuse da essere considerate cose normali; l’assunzione di stimolanti nella pratica sportiva; le ubriacature e le sfide in auto o in moto e altri comportamenti analoghi non sono semplicemente gesti di sprezzo della morte, un gioco tanto infantile quanto incosciente…... È nostro dovere, perciò, aiutare quei giovani che si trovano in particolare disagio e difficoltà a ritrovare la speranza e l’amore alla vita, a guardare con fiducia e serenità a progetti di matrimonio e famiglia, a servire la cultura della vita e non quella della morte. Un fattore importante che incide sulla vitalità e sul futuro della nostra società, ma tuttora trascurato, è sicuramente oggi quello demografico: sono molti i coniugi infatti, che hanno meno figli di quanti ne vorrebbero. Ma, oltre alla mancanza di politiche organiche a sostegno della natalità, resta grave nel nostro Paese il problema della soppressione diretta di vite innocenti tramite l’aborto, dietro al quale spesso ci sono gravi drammi umani ma a cui, a volte, si ricorre con leggerezza. Vanno valorizzati quegli aspetti della stessa legge 194, che si pongono sul versante della tutela della maternità e dell’aiuto alle donne che si trovano in difficoltà di fronte ad una gravidanza. Davanti alla piaga dell’aborto tutti siamo chiamati a fare ogni sforzo per aiutare le donne ad accogliere la vita. Il rispetto della vita, infatti, comincia dalla tutela della vita di chi è più debole e indifeso Nessuno può dirsi padrone e signore assoluto della vita propria, a maggior ragione di quella altrui. Rispettare la vita, in questo contesto, significa anche fare tutto il possibile per salvarla. Quando pensiamo a un nascituro, vogliamo, perciò, pensare a un essere umano che ha il diritto, come ogni altro essere umano, a vivere e a ricercare la libertà e la felicità.
Rispettare la vita significa, ancora, mettere al primo posto la persona. La persona governa la tecnica, e non viceversa…….. Chiedere l’abolizione di regole e limitazioni che tutelano la vita fin dal concepimento in nome della libertà e della felicità è un tragico inganno, che produce al contrario la schiavitù e l’infelicità di chi lascia che a costruire il futuro siano da un lato i propri desideri soggettivi, dall’altro una tecnica fine a se stessa e sganciata da ogni riferimento etico. Occorre continuare un capillare e diffuso lavoro di informazione e sensibilizzazione per aiutare tutti a comprendere meglio il valore della vita, le potenzialità e i limiti della scienza, il dovere sociale di difendere ogni vita dal concepimento fino al suo termine naturale. Se nel cuore cerchi la libertà e aspiri alla felicità, rispetta la vita, sempre e a ogni costo.
Roma, 21 novembre 2005
Presentazione della Beata Vergine Maria
Il Consiglio Episcopale Permanente
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Messaggio per la 29a
Giornata per la vita 4 febbraio 2007
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"AMARE
E DESIDERARE LA VITA" |
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Non si può non amare la vita: è il primo e il più prezioso bene per ogni
essere umano. Dall’amore scaturisce la vita e la vita desidera e chiede
amore. Per questo la vita umana può e deve essere donata, per amore, e nel
dono trova la pienezza del suo significato, mai può essere disprezzata e
tanto meno distrutta. Certo, i giorni della vita non sono sempre uguali:
c’è il tempo della gioia e il tempo della sofferenza, il tempo della
gratificazione e il tempo della delusione, il tempo della giovinezza e il
tempo della vecchiaia, il tempo della salute e il tempo della malattia...
A volte si è indotti spontaneamente ad apprezzare la vita e a ringraziarne
Dio, “amante della vita” (Sap 11,26), altre volte la fatica, la malattia,
la solitudine ce la fanno sentire come un peso.
Ma la vita non può essere valutata solo in base alle condizioni o alle sensazioni che la caratterizzano nelle sue varie fasi; essa è sempre un bene prezioso per se stessi e per gli altri e in quanto tale è un bene non disponibile. La vita, qualunque vita, non potrà mai dirsi “nostra”. L’amore vero per la vita, non falsato dall’egoismo e dall’individualismo, è incompatibile con l’idea del possesso indiscriminato che induce a pensare che tutto sia “mio”; “mio” nel senso della proprietà assoluta, dell’arbitrio, della manipolazione. “Mio”, ossia ne posso fare ciò che voglio: il mio coniuge, i miei figli, il mio corpo, il mio presente e il mio futuro, la mia patria, la mia azienda, perfino Dio al mio servizio, strumentalizzato fino al punto da giustificare, in suo nome, omicidi e stragi, nel disprezzo sommo della vita. Se siamo attenti, qualcosa dentro di noi ci avverte che la vita è il bene supremo sul quale nessuno può mettere le mani; anche in una visione puramente laica, l’inviolabilità della vita è l’unico e irrinunciabile principio da cui partire per garantire a tutti giustizia, uguaglianza e pace. Chi ha il dono della fede, poi, sa che la vita di una persona è più grande del percorso esistenziale che sta tra il nascere e il morire: ha origine da un atto di amore di Colui che chiama i genitori a essere “cooperatori dell’amore di Dio creatore” (FC n. 28). Ogni vita umana porta la Sua impronta ed è destinata all’eternità. La vita va amata con coraggio. Non solo rispettata, promossa, celebrata, curata, allevata. Essa va anche desiderata. Il suo vero bene va desiderato, perché la vita ci è stata affidata e non ne siamo i padroni assoluti, bensì i fedeli, appassionati custodi. Chi ama la vita si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla, sapendo però che il diritto alla vita non gli dà il diritto a decidere quando e come mettervi fine. Amandola, combatte il dolore, la sofferenza e il degrado – nemici della vita – con tutto il suo ingegno e il contributo della scienza. Ma non cade nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimarne l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà. Né si accanirà con terapie ingiustificate e sproporzionate. Nei momenti estremi della sofferenza si ha il diritto di avere la solidale vicinanza di quanti amano davvero la vita e se ne prendono cura, non di chi pensa di servire le persone procurando loro la morte. Chi ama la vita, infatti, non la toglie ma la dona, non se ne appropria ma la mette a servizio degli altri. Amare la vita significa anche non negarla ad alcuno, neppure al più piccolo e indifeso nascituro, tanto meno quando presenta gravi disabilità. Nulla è più disumano della selezioni eugenetica che in forme dirette e indirette viene sempre più evocata e, a volte, praticata. Nessuna vita umana, fosse anche alla sua prima scintilla, può essere ritenuta di minor valore o disponibile per la ricerca scientifica. Il desiderio di un figlio non da diritto ad averlo ad ogni costo. Un bambino può essere concepito da una donna nel proprio grembo, ma può anche essere adottato o accolto in affidamento: e sarà un’altra nascita, ugualmente prodigiosa. Il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra nazione amano davvero la vita? Tutti gli uomini che hanno a cuore il bene della vita umana sono interpellati dalla piaga dell’aborto, dal tentativo di legittimare l’eutanasia, ma anche dal gravissimo e persistente problema del calo demografico, dalle situazioni di umiliante sfruttamento della vita in cui si trovano tanti uomini e donne, soprattutto immigrati, che sono venuti nel nostro Paese per cercare un’esistenza libera e dignitosa. È necessaria una decisa svolta per imboccare il sentiero virtuoso dell’amore alla vita. Non bastano i “no” se non si pronunciano dei “sì”, forti e lungimiranti a sostegno della famiglia fondata sul matrimonio, dei giovani e dei più disagiati. Guardiamo con particolare attenzione e speranza ai giovani, spesso traditi nel loro slancio d’amore e nelle loro aspettative di amore. Capaci di amare la vita senza condizioni, capaci di una generosità che la maggior parte degli adulti ha smarrito, i giovani possono però talora sprofondare in drammatiche crisi di disamore e di non–senso fino al punto di mettere a repentaglio la loro vita, o di ritenerla un peso insopportabile, preferendole l’ebbrezza di giochi mortali, come le droghe o le corse del sabato sera. Nessuno può restare indifferente. Per questo, come Pastori, vogliamo dire grazie e incoraggiare i tanti adulti che oggi vivono il comandamento nuovo che ci ha dato Gesù, amando i giovani come se stessi. Grazie ai genitori, ai preti, agli educatori, agli insegnanti, ai responsabili della vita civile, che si prendono cura dei giovani e li accolgono con i loro slanci entusiasti, ma anche con i loro problemi e le loro contraddizioni. Grazie perciò a quanti investono risorse per dare ai giovani un futuro sereno e, in particolare, una formazione e un lavoro dignitosi. Sì, la vita umana è un’avventura per persone che amano senza riserve e senza calcoli, senza condizioni e senza interessi; ma è soprattutto un dono, in cui riconosciamo l’amore del Padre e di cui sentiamo la dolce e gioiosa responsabilità della cura, soprattutto quando è più debole e indifesa. Amare e desiderare la vita è, allora, adoperarsi perché ogni donna e ogni uomo accolgano la vita come dono, la custodiscano con cura attenta e la vivano nella condivisione e nella solidarietà. Roma, 21 novembre 2006 Memoria della Presentazione della Beata Vergine Maria
CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
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| 21/11/2006 |
MESSAGGIO DELLA CEI PER LA "GIORNATA PER LA VITA"
2008
“SERVIRE LA VITA”
Nel messaggio "Cei" per la "30ª Giornata per la vita",
che sarà celebrata domenica
3 febbraio 2008,
l’invito a considerare la natalità come misura della civiltà
e l’ammonimento a non rivendicare mai «il diritto al figlio».
I figli sono una grande ricchezza per ogni
Paese: dal loro numero e dall’amore e dalle attenzioni che ricevono dalla
famiglia e dalle istituzioni emerge quanto un Paese creda nel futuro. Chi non è
aperto alla vita, non ha speranza. Gli anziani sono la memoria e le radici:
dalla cura con cui viene loro fatta compagnia si misura quanto un Paese rispetti
se stesso.
La vita ai suoi esordi, la vita verso il suo epilogo. La civiltà di un popolo si
misura dalla sua capacità di servire la vita. I primi a essere chiamati in causa
sono i genitori. Lo sono al momento del concepimento dei loro figli: il dramma
dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la
responsabilità nella maternità e nella paternità. Responsabilità significa
considerare i figli non come cose, da mettere al mondo per gratificare i
desideri dei genitori; ed è importante che, crescendo, siano incoraggiati a
“spiccare il volo”, a divenire autonomi, grati ai genitori proprio per essere
stati educati alla libertà e alla responsabilità, capaci di prendere in mano la
propria vita.
Questo significa servire la vita. Purtroppo rimane forte la tendenza a servirsene. Accade quando viene rivendicato il “diritto a un figlio” a ogni costo, anche al prezzo di pesanti manipolazioni eticamente inaccettabili. Un figlio non è un diritto, ma sempre e soltanto un dono. Come si può avere diritto “a una persona”? Un figlio si desidera e si accoglie, non è una cosa su cui esercitare una sorta di diritto di generazione e proprietà. Ne siamo convinti, pur sapendo quanto sia motivo di sofferenza la scoperta, da parte di una coppia, di non poter coronare la grande aspirazione di generare figli. Siamo vicini a coloro che si trovano in questa situazione, e li invitiamo a considerare, col tempo, altre possibili forme di maternità e paternità: l’incontro d’amore tra due genitori e un figlio, ad esempio, può avvenire anche mediante l’adozione e l’affidamento e c’è una paternità e una maternità che si possono realizzare in tante forme di donazione e servizio verso gli altri.
Servire la vita significa non metterla a repentaglio sul posto di lavoro e sulla strada e amarla anche quando è scomoda e dolorosa, perché una vita è sempre e comunque degna in quanto tale. Ciò vale anche per chi è gravemente ammalato, per chi è anziano o a poco a poco perde lucidità e capacità fisiche: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta. Deve, invece, crescere la capacità di accoglienza da parte delle famiglie stesse. Stupisce, poi, che tante energie e tanto dibattito siano spesi sulla possibilità di sopprimere una vita afflitta dal dolore, e si parli e si faccia ben poco a riguardo delle cure palliative, vera soluzione rispettosa della dignità della persona, che ha diritto ad avviarsi alla morte senza soffrire e senza essere lasciata sola, amata come ai suoi inizi, aperta alla prospettiva della vita che non ha fine.
Per questo diciamo grazie a tutti coloro che scelgono liberamente di servire la vita. Grazie ai genitori responsabili e altruisti, capaci di un amore non possessivo; ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, agli educatori e agli insegnanti, ai tanti adulti – non ultimi i nonni – che collaborano con i genitori nella crescita dei figli; ai responsabili delle istituzioni, che comprendono la fondamentale missione dei genitori e, anziché abbandonarli a se stessi o addirittura mortificarli, li aiutano e li incoraggiano; a chi – ginecologo, ostetrica, infermiere – profonde il suo impegno per far nascere bambini; ai volontari che si prodigano per rimuovere le cause che indurrebbero le donne al terribile passo dell’aborto, contribuendo così alla nascita di bambini che forse, altrimenti, non vedrebbero la luce; alle famiglie che riescono a tenere con sé in casa gli anziani, alle persone di ogni nazionalità che li assistono con un supplemento di generosità e dedizione. Grazie: voi che servite la vita siete la parte seria e responsabile di un Paese che vuole rispettare la sua storia e credere nel futuro.
<<testo integrale del messaggio del Consiglio episcopale permanente per la 30ª Giornata nazionale per la vita (3 febbraio 2008), dal titolo “Servire la vita”. Il messaggio, approvato lo scorso 2 ottobre 2007 (memoria dei Santi Angeli Custodi), è stato diffuso il 24 ottobre.>>
Messaggio del Consiglio Permanente CEI – XXXI Giornata per la vita
1 febbraio 2009
“La forza della vita nella sofferenza”
La vita è fatta per la serenità e la gioia. Purtroppo può accadere, e di fatto accade, che sia segnata dalla sofferenza. Ciò può avvenire per tante cause. Si può soffrire per una malattia che colpisce il corpo o l’anima; per il distacco dalle persone che si amano; per la difficoltà a vivere in pace e con gioia in relazione con gli altri e con se stessi. La sofferenza appartiene al mistero dell’uomo e resta in parte imperscrutabile: solo «per Cristo e in Cristo si illumina l’enigma del dolore e della morte» (GS 22).
Se la sofferenza può essere alleviata, va senz’altro alleviata. In particolare, a chi è malato allo stadio terminale o è affetto da patologie particolarmente dolorose, vanno applicate con umanità e sapienza tutte le cure oggi possibili.
Chi soffre, poi, non va mai lasciato solo. L’amicizia, la compagnia, l’affetto sincero e solidale possono fare molto per rendere più sopportabile una condizione di sofferenza. Il nostro appello si rivolge in particolare ai parenti e agli amici dei sofferenti, a quanti si dedicano al volontariato, a chi in passato è stato egli stesso sofferente e sa che cosa significhi avere accanto qualcuno che fa compagnia, incoraggia e dà fiducia.
A soffrire, oggi, sono spesso molti anziani, dei quali i parenti più prossimi, per motivi di lavoro e di distanza o perché non possono assumere l’onere di un’assistenza continua, non sono in grado di prendersi adeguatamente cura. Accanto a loro, con competenza e dedizione, vi sono spesso persone giunte dall’estero. In molti casi il loro impegno è encomiabile e va oltre il semplice dovere professionale: a loro e a tutti quanti si spendono in questo servizio, vanno la nostra stima e il nostro apprezzamento.
Talune donne, spesso provate da un’esistenza infelice, vedono in una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza. Quando la risposta è l’aborto, viene generata ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la creatura che custodiscono in seno, ma provoca anche in loro un trauma, destinato a lasciare una ferita perenne. In realtà, al dolore non si risponde con altro dolore: anche in questo caso esistono soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa dall’associazionismo cattolico.
C’è, poi, chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia. Vogliamo ribadire con serenità, ma anche con chiarezza, che si tratta di risposte false: la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, e non può mai essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure, come pure ovviamente l’accanimento terapeutico, quando vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione.
La strada da percorrere è quella della ricerca, che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per combattere e vincere le patologie – anche le più difficili – e a non abbandonare mai la speranza.
La via della sofferenza si fa meno impervia se diventiamo consapevoli che è Cristo, il solo giusto, a portare la sofferenza con noi. È un cammino impegnativo, che si fa praticabile se è sorretto e illuminato dalla fede: ciascuno di noi, quando è nella prova, può dire con San Paolo «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (Col 1,24). Quando il peso della vita ci appare intollerabile, viene in nostro soccorso la virtù della fortezza. È la virtù di chi non si abbandona allo sconforto: confida negli amici; dà alla propria vita un obiettivo e lo persegue con tenacia. È sorretta e consolidata da Gesù Cristo, sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte. Il suo trionfo il terzo giorno, nella risurrezione, ci dimostra che nessuna sofferenza, per quanto grave, può prevalere sulla forza dell’amore e della vita.
Roma, 7 ottobre 2008
Memoria della Beata Vergine del Rosario
Il Consiglio Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana
Messaggio del Consiglio Permanente CEI – XXXII Giornata per la vita
7 febbraio 2010
“La forza della vita una sfida nella povertà”
Chi guarda al benessere economico alla luce del Vangelo sa che esso non è tutto, ma non per questo è indifferente. Infatti, può servire la vita, rendendola più bella e apprezzabile e perciò più umana.
Fedele al messaggio di Gesù, venuto a salvare l’uomo nella sua interezza, la Chiesa si impegna per lo sviluppo umano integrale, che richiede anche il superamento dell’indigenza e del bisogno. La disponibilità di mezzi materiali, arginando la precarietà che è spesso fonte di ansia e paura, può concorrere a rendere ogni esistenza più serena e distesa. Consente, infatti, di provvedere a sé e ai propri cari una casa, il necessario sostentamento, cure mediche, istruzione. Una certa sicurezza economica costituisce un’opportunità per realizzare pienamente molte potenzialità di ordine culturale, lavorativo e artistico.
Avvertiamo perciò tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta: la povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti. La povertà, infatti, può abbrutire e l’assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se stessi e nella propria dignità. Si tratta, in ogni caso, di motivi di inquietudine per tante famiglie. Molti genitori sono umiliati dall’impossibilità di provvedere, con il proprio lavoro, al benessere dei loro figli e molti giovani sono tentati di guardare al futuro con crescente rassegnazione e sfiducia.
Proprio perché conosciamo Cristo, la Vita vera, sappiamo riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse. Proprio perché ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi.
Il benessere economico, però, non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita. Quando, anzi, pretende di sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione, si snatura e si perverte. Anche per questo Gesù ha proclamato beati i poveri e ci ha messo in guardia dal pericolo delle ricchezze (cfr Lc 6,20-25). Alla sua sequela e testimoniando la libertà del Vangelo, tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita. Ogni vita, infatti, è degna di essere vissuta anche in situazioni di grande povertà. L’uso distorto dei beni e un dissennato consumismo possono, anzi, sfociare in una vita povera di senso e di ideali elevati, ignorando i bisogni di milioni di uomini e di donne e danneggiando irreparabilmente la terra, di cui siamo custodi e non padroni. Del resto, tutti conosciamo persone povere di mezzi, ma ricche di umanità e in grado di gustare la vita, perché capaci di disponibilità e di dono.
Anche la crisi economica che stiamo attraversando può costituire un’occasione di crescita. Essa, infatti, ci spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri. Ci fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perché la vita stessa è la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente difesa in ogni suo stadio, denunciando ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell’aborto. Sarebbe assai povera ed egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse che la vita è il bene più grande. Del resto, come insegna il Papa Benedetto XVI nella recente Enciclica Caritas in veritate, “rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico” (n. 45), in quanto “l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica” (n. 44).
Proprio il momento che attraversiamo ci spinge a essere ancora più solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza, e ci impegna a manifestare concretamente loro aiuto e vicinanza. Ci fa ricordare che, nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro prezioso dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale.
Roma, 7 ottobre 2009
Memoria della Beata Vergine del Rosario
Messaggio del Consiglio Permanente CEI – XXXIII Giornata per la vita
6 febbraio 2011
“Educare alla pienezza della vita”
L’educazione è la sfida e il compito urgente a cui tutti siamo chiamati, ciascuno secondo il ruolo proprio e la specifica vocazione.
Messaggio per la 34ª Giornata Nazionale per la vita
5 febbraio 2012
“Giovani aperti alla vita”
CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
La vera giovinezza risiede e fiorisce in chi non si chiude alla vita. Essa è testimoniata da chi non rifiuta il suo dono – a volte misterioso e delicato – e da chi si dispone a esserne servitore e non padrone in se stesso e negli altri. Del resto, nel Vangelo, Cristo stesso si presenta come “servo” (cfr Lc 22,27), secondo la profezia dell’Antico Testamento. Chi vuol farsi padrone della vita, invecchia il mondo.
Educare i giovani a cercare la vera giovinezza, a compierne i desideri, i sogni, le esigenze in modo profondo, è una sfida oggi centrale. Se non si educano i giovani al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti, si espone alla deriva la convivenza sociale e si facilita l’emarginazione di chi fa più fatica. L’aborto e l’eutanasia sono le conseguenze estreme e tremende di una mentalità che, svilendo la vita, finisce per farli apparire come il male minore: in realtà, la vita è un bene non negoziabile, perché qualsiasi compromesso apre la strada alla prevaricazione su chi è debole e indifeso.
In questi anni non solo gli indici demografici ma anche ripetute drammatiche notizie sul rifiuto di vivere da parte di tanti ragazzi hanno angustiato l’animo di quanti provano rispetto e ammirazione per il dono dell’esistenza.
Sono molte le situazioni e i problemi sociali a causa dei quali questo dono è vilipeso, avvilito, caricato di fardelli spesso duri da sopportare. Educare i giovani alla vita significa offrire esempi, testimonianze e cultura che diano sostegno al desiderio di impegno che in tanti di loro si accende appena trovano adulti disposti a condividerlo.
Per educare i giovani alla vita occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento fine a se stesso.
I giovani di oggi sono spesso in balia di strumenti – creati e manovrati da adulti e fonte di lauti guadagni – che tendono a soffocare l’impegno nella realtà e la dedizione all’esistenza. Eppure quegli stessi strumenti possono essere usati proficuamente per testimoniare una cultura della vita.
Molti giovani, in ogni genere di situazione umana e sociale, non aspettano altro che un adulto carico di simpatia per la vita che proponga loro senza facili moralismi e senza ipocrisie una strada per sperimentare l’affascinante avventura della vita.
È una chiamata che la Chiesa sente da sempre e da cui oggi si lascia con forza interpellare e guidare. Per questo, la rilancia a tutti – adulti, istituzioni e corpi sociali –, perché chi ama la vita avverta la propria responsabilità verso il futuro. Molte e ammirevoli sono le iniziative in difesa della vita, promosse da singoli, associazioni e movimenti. È un servizio spesso silenzioso e discreto, che però può ottenere risultati prodigiosi. È un esempio dell’Italia migliore, pronta ad aiutare chiunque versa in difficoltà.
Gli anni recenti, segnati dalla crisi economica, hanno evidenziato come sia illusoria e fragile l’idea di un progresso illimitato e a basso costo, specialmente nei campi in cui entra più in gioco il valore della persona. Ci sono curve della storia che incutono in tutti, ma soprattutto nei più giovani, un senso di inquietudine e di smarrimento. Chi ama la vita non nega le difficoltà: si impegna, piuttosto, a educare i giovani a scoprire che cosa rende più aperti al manifestarsi del suo senso, a quella trascendenza a cui tutti anelano, magari a tentoni. Nasce così un atteggiamento di servizio e di dedizione alla vita degli altri che non può non commuovere e stimolare anche gli adulti.
La vera giovinezza si misura nella accoglienza al dono della vita, in qualunque modo essa si presenti con il sigillo misterioso di Dio.
Roma, 4 novembre 2011
Memoria di San Carlo Borromeo