"Pilato sempre"
(testimonianza presentata alla Festa Diocesana della Famiglia di Firenze -Fortezza da Basso- il giorno 23 settembre 2006- sul tema del "perdono in famiglia")
Sin da bambina giocavo a essere grande coi vestiti e le scarpe di mia madre. A diciotto anni ero già una discreta stilista‑sartina. Ma intanto avevo conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito.
Ci siamo sposati presto. Vent'anni io, lui venticinque. Dopo dieci mesi è nata Sabrina, desiderata fortemente. Mi sentivo realizzata come donna e come mamma. Per poterci permettere l'acquisto di una casa tutta nostra, mi tuffai nel lavoro. Con successo. Realizzavo dei modelli per una pellicceria a pochi chilometri dal mio paese. E dicono che abbia un bel figurino. Così, la titolare mi chiese di indossare, nelle sfilate per la presentazione delle collezioni, almeno i capi disegnati da me. Fu così. E arrivarono altre ditte, altri soldi.
Tutto a meraviglia: Sabrina era una bella bambina di cinque anni, la casa tanto sognata stava arrivando... Quando mi accorsi di essere incinta. Non era in programma, tuttavia accettammo con gioia l'arrivo di Liliana. Con due bambini, dovetti rallentare i ritmi del lavoro e, quindi, rinunciarvi del tutto: avrei ripreso non appena Liliana avesse raggiunto l'autonomia necessaria. Ma la dipendenza dalle bambine e la rinuncia al "mio" mondo mi stavano strette, tanto da creare tensioni nel mio matrimonio.
Passavano i mesi. Liliana ne aveva ora già diciotto; la casa era quasi pronta; mi illudevo che avrei ripreso il mio lavoro, i miei interessi, la mia vita. Ed ecco che mi accorsi di aspettare il terzo figlio. Buio completo. Come potevo essere stata così stupida? Me lo dicevo io e me lo sentivo ripetere nell'ambiente che frequentavo. Tra lacrime e rabbia, senza dir nulla a nessuno, con mio marito decidemmo di andare dal ginecologo per avere la certezza della gravidanza. Speravamo in un errore di laboratorio. Che non ci fu.
Sulla barella tremavo e piangevo, non volevo convincermi che fosse vero. In fondo al cuore, un istinto materno mi portava già ad amare quella vita. Ma non volevo rinunciare alla mia vita.
Pilato, di questo si trattò. Da Pilato fu il comportamento del mio ginecologo, che si dichiarava e si dichiara tuttora obiettore di coscienza. Non una parola di incoraggiamento, non un riferimento per un aiuto o un conforto, neanche un invito a lasciar passare il momento difficile e riflettere più serenamente. Di fronte a una coppia nell'angoscia e a una donna che piangeva, non altro che un freddo «decidete voi», per indirizzarmi subito dal collega non obiettore. Di più, che non trovassi intralci: «Signora, la richiesta degli esami preliminare gliela faccio io... Sa, è il medico di famiglia che di solito la rilascia, ma si potrebbe insospettire».
Con freddezza mi tracciò la strada.
In seguito, quando ho letto la Legge 194, mi sono resa conto che la settimana di intervallo tra il rilascio del certificato e il giorno dell'esecuzione (di questo si tratta) non mi è stata data. Tanto meno ho avuto la possibilità di un colloquio, anche questo prevede la legge, con un assistente sociale.
Nella solitudine, nell'angoscia, nella confusione e nella paura, mi ritrovai su quel maledetto letto di ospedale; mi fecero un'ecografia, ma non dissero una parola perché potessi scegliere per la vita. Sono convinta che una sola parola di incoraggiamento mi avrebbe fatta scappare da quel luogo di morte.
Mi addormentarono in anestesia totale ed uccisero il mio bambino, cui avevo dato l'ultimo saluto addormentandomi con la mano sul ventre (in quei giorni, tra le lacrime, lo facevo spesso).
Mi risvegliai tremante, sconvolta. E quando mi resi conto di ciò che era accaduto sapevo solo gridare: « No, no, no, il mio bambino, ho ucciso il mio bambino, ridatemi il mio bambino». Ma era troppo tardi.
Pianti, rifiuto di alimentarmi, di alzarmi dal letto, di vestirmi. Parole di disprezzo a mio marito, che anche lui prese coscienza, pentendosi amaramente di non avermi aiutata. Non riuscivo a guardare negli occhi le mie due bambine: vedevo nei loro sguardi quello sguardo che non avrei mai più potuto vedere. Le abbracciavo e piangevo. Sabrina, la più grande, capiva che qualcosa di brutto era accaduto e si limitava a chiedere: «Mamma, quando guarirai?».
Mi ammalai. Quando il mio medico mi vide, stentava a riconoscere la Rossella carina e sempre curata di una volta. Si spaventò. Nel sapere quanto mi era accaduto, si scagliò contro i colleghi: «Vigliacchi, avevano il dovere di mandarti da me; io ti conosco, conosco la tua sensibilità: con un po' di riflessione, avrebbe prevalso il tuo cuore».
Quella che doveva essere la mia "libertà" era divenuta la mia prigione. E più passavano i giorni, più mi rendevo conto che stavo morendo, morendo dentro. Passavano i giorni e io deperivo. Mio marito non si dava pace e mi portò da una specialista neurologo che mi volle ricoverare nella sua clinica. Varcando la soglia della clinica, una molla scattò in me: non era possibile che mi fossi ridotta come quei pazienti che vagavano nel corridoio. Rifiutai le cure e tornai a casa. Mai come in quel momento chiesi l'aiuto di Dio: soltanto la Sua misericordia e la mia preghiera mi avrebbero permesso di trovare un senso alla mia vita futura.
Confessarmi mi fece bene e male allo stesso tempo. Bene perché riconobbi l'amore misericordioso di Dio, male perché mi rendevo sempre più consapevole di quello che avevo commesso. Ma don Oronzo mi stette vicino e la Messa cominciava ad avere un valore ed un peso diversi. Sentivo che il Signore mi voleva bene e si accese in me il desiderio di una nuova gravidanza.
Dopo qualche tentativo a vuoto, esattamente a un anno di distanza dall'aborto mi accorsi che una nuova vita era sbocciata in me. Trascorsi una gravidanza bellissima scoprendo attimo per attimo lo sviluppo della mia creatura: anche se avevo avuto altri due figli, fu una reale "scoperta".
Vito nacque il 3 luglio 1994. E serenità e pace tornarono nella nostra casa, insieme alla consapevolezza che quel bimbo mai nato era in Cielo, il nostro Angelo Custode.
Ma intanto cresceva in me il desiderio di fare qualcosa per gli altri, perché a qualcun altro potesse essere evitata la mia tragedia. Così, con la mia vecchia e mal messa Cinquecento, e con Vito nel seggiolino, mi recavo quotidianamente in una clinica privata del capoluogo dove si effettuano 20-30 aborti ogni giorno. Non é stato facile entrare in quell'ambiente; a volte dovevo mentire fingendo di essere anch'io lì per interrompere una gravidanza. Un giorno il ginecologo di turno mi affrontò dicendo: < Chi è lei? Non intralci il nostro lavoro!». Se in quel momento mi avessero accoltellata non me ne sarei accorta. «Lavoro, lavoro»: quelle parole rimbombavano nella mia mente.
Una suora che mi aveva tenuta d'occhio mi suggerì di rivolgermi al Movimento per la vita per un impegno più organico. Quello che feci. Mi sentii capita e, soprattutto, accolta. In uno dei primi numeri del giornale Sì alla vita, che ricevetti in abbonamento, vidi la lettera scritta dai vescovi lombardi a tutte le donne che hanno abortito: «Impegnatevi in un servizio alla vita che vada al di là della vita nascente, attraverso forme di attenzione ai sofferenti, ai bisognosi, agli anziani. Con discrezione e con gioia siate per tutti testimoni di speranza».
Mi misi in contatto con la redazione e lì mi suggerirono di costituire nel mio paese il movimento. È quello che feci, con l'aiuto di Chiarastella e tanti altri amici.
Rossella